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giovedì 7 luglio 2016

IL MIO RICORDO DI SISINIO ZITO (di Domenico Stranieri)



Nella sezione del Partito Socialista di Sant’Agata del Bianco, negli anni ’80, noi ragazzi ci sedevamo per terra ad ascoltare i discorsi dei grandi. E quando in paese arrivata Sisinio Zito, nella sezione delle “Baracche”, si avvertiva una soddisfazione particolare tra la gente. Ma  perché era piacevole ascoltare un politico che aveva non solo una grande capacità pragmatica ma anche una vasta cultura. Così, d’istinto, rammento che si discuteva spesso del Parco dell’Aspromonte, riordino nella mente le parole di mio padre e penso ai visi di tanti miei concittadini. Alla fine per noi ragazzi era sempre una gioia infilare sulle magliette, all’altezza del cuore, come uno scudetto, la spilla con il garofano rosso.

Ieri, 6 luglio, nel mio nuovo ruolo di sindaco, durante un consiglio comunale, proprio io, che negli anni ’80 me ne stavo seduto per terra insieme agli altri ragazzi del paese, ho ricordato la recente scomparsa di Zito. La sala consiliare ha risposto con un lungo e affettuoso applauso.
Naturalmente della figura di Zito si sta parlando molto in questi giorni. Egli, come tanti politici della prima Repubblica, è stato “vittima” della rivoluzione giudiziaria che ha cancellato uomini e partiti. Il problema, però, è che, malgrado la forza aggressiva delle campagne moralistiche, una nuova era non è mai iniziata.

Personalmente, però, ho apprezzato Sisinio anche come meridionalista. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono gli ho detto che stavo rileggendo le sue “Cronache dal Regno” (Gangemi Editore 1992). Si è quasi meravigliato ed ha risposto: “davvero?”. Poi ha sorriso. 
Negli anni ’90, difatti, mentre avanzava l’antimeridionalismo leghista (e politici e intellettuali, ma non tutti, rimanevano muti) Zito scriveva le sue riflessioni che, in fondo, rappresentano un’unica grande difesa del Mezzogiorno. E mentre si chiedeva che futuro e che voce avrà il Sud, Sisinio riaffermava con forza che bisogna “fare la scelta di fondo che consiste nel considerare veramente il Mezzogiorno come questione nazionale, anzi la più importante questione nazionale, e quindi come vincolo di tutte le decisioni politiche”.

Nel libro c’è anche un pezzo dal titolo “Appello per Mario La Cava”, dove si reclamava l’applicazione della legge Bacchelli per “una delle più limpide voci della terra calabrese” (che era, in quel momento, gravemente sofferente). 
Ma non solo. Anche quando si proponevano soluzioni "dubbie" ai problemi della Calabria non mancavano le considerazioni puntuali di Zito. Riporto qui il finale di un articolo : ” ..solo la più totale e spaventosa ignoranza di quali sono i termini del problema ‘ndrangheta può far pensare all’impiego dell’esercito in Calabria e cioè, in sostanza, a una nuova guerra al brigantaggio. Ve l’immaginate il generale Angioini, sponsorizzato dal suo collega Caligaris, che alla testa delle sue truppe entra vittorioso a Platì, Careri, S.Luca? C’è da morire dal ridere, o se preferite dal dolore e dalla vergogna”.

Ecco cosa pensava Sisinio, e proseguiva per pagine e pagine. La sua era una riflessione alta e profonda, e quindi da tramandare.
Addio, dunque, ad un uomo che ha saputo difendere la sua gente e la sua terra, a un socialista vero, a un meridionalista autentico.

DOMENICO STRANIERI



martedì 1 marzo 2016

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DELL'ARCIPRETE DOMENICO BATTAGLIA

La straordinaria umanità di un sacerdote di Caraffa del Bianco (RC)

L'articolo del mensile IN ASPROMONTE
Tra gli aspetti che accomunano le religioni, ed ogni forma di potere in generale, vi è la distruzione dei libri (e quindi della cultura) a favore di una sola idea di mondo.
Quella dell’uomo, dunque, è anche una lunga storia di odio verso la conoscenza, di dualismi mai risolti tra fede e ragione, tra ideologie di vario tipo e finanche tra filosofie. Se siamo stati platonici e non epicurei non è solo per la grandezza di Platone, ma perché, nella guerra di cancellazione del sapere dell’altro, Epicuro, grande quanto l’allievo di Socrate, ha perso.

Ci sono, poi, vicende sorprendenti, personaggi di provincia che hanno saputo disegnare una via per tutti, con sguardo nitido; ipotesi intellettuali che nel tempo sono diventate realtà. In fondo, nella prima metà del ‘900, ogni paese aspromontano era sì povero ma vivo, una piccola galassia desolata con tante anime e qualche talento. Eppure ogni sistema solare, per quanto eterogeneo, necessita di un sole per essere tale. Vale a dire un centro, un punto di riferimento sicuro. 

Dal 1897 al 1942, Caraffa del Bianco trova il suo centro, la sua guida, nella figura di Domenico Battaglia, un arciprete che ha saputo fare della combinazione tra fede e cultura una missione di vita. Nato  proprio a Caraffa nel 1865, a sette anni entrò nel Seminario Diocesano di Gerace dove studiò con passione e, il 25 dicembre del 1890, divenne sacerdote. Nel 1897, dopo la morte di Don Vincenzo Borgia (al quale, da bambino, aveva confessato di sentire “la chiamata di Iddio”), Battaglia fu nominato parroco della chiesa di Caraffa del Bianco e vicario foraneo come fiduciario del Vescovo.

Se proviamo a chiedere, oggi, ad una persona anziana, la prima immagine che rievoca di questo arciprete, quasi certamente ci risponderà: “che amava camminare, e lo faceva ogni sera”. Don Domenico Battaglia, difatti, come un Aristotele moderno, percorreva quotidianamente un tragitto che, d’inverno, da casa sua lo portava fino ad un punto panoramico detto torre, “da dove si abbraccia un paesaggio immenso e meraviglioso” (come scriverà Saverio Strati nel 1953, affacciandosi dalla torre in compagnia di Corrado Alvaro). D’estate, invece, scendeva fino all’incrocio tra le strade di Caraffa e Casignana, nel luogo dove, originariamente, si trovava la prima chiesetta di S. Maria degli Angeli, titolo assunto, in seguito, per denominare la chiesa matrice di Caraffa.

La chiesa di S. Maria degli Angeli a Caraffa (RC)
E, come un antico pensatore greco, ad accompagnarlo c’erano solitamente i suoi alunni, che egli amava definire discepoli (forse più in senso filosofico che religioso). L’arciprete, difatti, era dotato di un’impareggiabile cultura e possedeva una rara abilità divulgativa. Aveva il puro piacere di “spargere i semi” della conoscenza, tanto che, per tutta la vita, istruì gratuitamente i suoi allievi (il primo dei quali fu Antonio Melina, futuro parroco di Sant’Agata). 

Tuttavia, una cosa, una soltanto, egli la esigeva: ovvero che i suoi studenti, ogni domenica, servissero messa. Dopodiché, conduceva una vita modesta e quando (ogni fine mese) andava a visitare una famiglia povera o un ammalato, lasciava sempre in un angolo della casa, o sotto un cuscino, qualche soldo che aveva messo da parte. Lo faceva in silenzio, senza farsi notare, e non desiderava essere ringraziato. In un libro distribuito alle famiglie di Caraffa del Bianco, dal titolo: “L’Arciprete Domenico Battaglia, l’uomo, il maestro, il sacerdote” (Grafica Luigi Monti, 1998), il giudice Ottavio Domenico Galletta ricorda: “Ci insegnava molte cose con il suo esempio: ci insegnava  la parsimonia delle parole e la ricchezza dei pensieri che si traducevano in atti concreti e quasi celati di solidarietà umana”. 

Il religioso, figlio di un fabbro, aveva donato ai suoi concittadini le chiavi per apprendere i mezzi specifici dell’istruzione. I giovani capirono che l’unica via di riscatto era rappresentata dallo studio, e, in quel frangente storico, dalle lezioni private dell’arciprete. La spinta dell’impegno intellettuale, la fiducia nel futuro e la nuova possibilità di sfuggire alla miseria rappresentarono una certezza collettiva.

Con sacrifici notevoli, contadini, pastori e artigiani lavoravano perché i loro figli diventassero “altro” e non fossero asserviti ai proprietari terrieri. Proprio come aveva fatto Giovanni Battaglia, padre del sacerdote, che era riuscito a far studiare i due figli, Domenico e Giuseppe (che era diventato notaio). 

Negli anni a seguire, a Caraffa si tracciarono molteplici percorsi professionali, tanto che il paese ebbe una media di laureati tra le più alte d’Italia (se consideriamo la proporzione tra numero di abitanti e numero di laureati). Lo scrittore Giuseppe Dieni evidenzierà: “oggi a Caraffa, un tempo paese in maggioranza abitato da pastori, ci sono più laureati che pecore” (Dove Nacque Pitagora, Frama Sud 1976, pag. 198).

Prima di morire, l’arciprete Battaglia pretese che i suoi ultimi risparmi (circa 500 lire) venissero suddivisi tra le famiglie più bisognose. Il suo feretro venne portato a spalla, dai suoi discepoli, in un lungo corteo per le vie del paese. Era il 16 novembre del 1942, e la piccola galassia di Caraffa perdeva il centro attorno al quale aveva scelto di orbitare. 










giovedì 31 dicembre 2015

"Caro Domenico...". LA LETTERA DI MICHAEL G. JACOB



Dopo la nostra intervista a Giambattista Scarfone, scrittore detenuto nel carcere di Spoleto, a cui abbiamo dedicato anche la copertina di ottobre 2015, è nato uno scambio epistolare tra Domenico Stranieri (autore dell’intervista) e Michael G. Jacob (che con Daniela Gregorio scrive romanzi noir di fama internazionale). Di seguito, l’ultima lettera arrivata in Calabria, poiché è una bella testimonianza di cultura e sensibilità.


Caro Domenico,
Grazie per la tua lettera. Ci devi scusare, ma stavamo in Inghilterra e l’abbiamo letta solo ieri. Nel frattempo ci è arrivata anche la copia del giornale In Aspromonte mandato da Giambattista.
Adesso, ti raccontiamo un po’ di cose che abbiamo imparato come due scrittori che hanno avuto il privilegio (vero) di entrare in un carcere di massima sicurezza.

Avevamo sentito da due fonti diverse di Giambattista Scarfone prima di incontrarlo.
La prima, Giovanna Zucconi, allora giornalista di La Stampa, venuta ad intervistarci nel 2008. Giovanna ci parlava di una persona nel carcere di massima sicurezza di Maiano di Spoleto che l’aveva contattata chiedendole consigli riguardo ai suoi romanzi inediti. Siccome noi abitiamo a Spoleto, la sua ‘ruga’ e la nostra ‘ruga’ stavano molto vicine.
Poi, poco tempo dopo, ci ha telefonato un insegnante che lavora al carcere, Luciana , dicendo che alcuni dei suoi allievi avevano letto i nostri romanzi, e ci ha invitato a Maiano per parlarne con loro. ‘Sarà un’esperienza,’ diceva Luciana, e non aveva torto. Così ci siamo trovati di fronte ad un gruppo di dieci o dodici persone nella biblioteca della prigione.

G.Scarfone con Michael G. Jacob
nella biblioteca del carcere di Spoleto
Fra loro c’era Giambattista Scarfone.
Siamo stati calorosamente ricevuti, e l’incontro è stato un vero piacere per noi, e, speriamo, per loro. 
In effetti, è stato solo il primo di una serie di incontri con i ‘ragazzi’ di Maiano. La loro curiosità cominciava con i nostri libri, ma non finiva lì. Abbiamo scoperto che molti di loro scrivevano. Alcuni per motivi di studio, ma altri vi si erano applicati con delle ambizioni ben oltre il semplice desiderio di tenere un diario o raccontare storie delle loro esistenza. Alcuni avevano pubblicato libri di fiabe e racconti insieme ai loro insegnanti. Giambattista Scarfone era uno di loro ma aveva una marcia in più. Aveva già scritto otto o nove romanzi.

Chi non ha mai provato non può capire il lavoro che richiede la scrittura di un romanzo di tre, quattro, o cinquecento pagine. Richiede un’immaginazione, certo, una capacità di creare un mondo popolato di personaggi dove succedono cose non banali, ma anche la costanza e il lavoro di molti mesi, o anche anni, davanti ad uno schermo, o una pagina bianca. Immaginate poi a scrivere 24,000 pagine come ha fatto Giambattista, otto romanzi lunghi, a coprire tutti quei fogli bianchi con oltre due milioni quattrocentomila parole! È un impresa immensa. Eppure, ogni scrittore che ha avuto la fortuna di essere finalmente pubblicato ha dovuto fare un apprendistato simile. Ha lavorato da solo per anni e anni, imparando i ‘trucchi del mestiere’, cioè come costruire una storia, come riempirla con personaggi che sembrano veri, come scrivere i dialoghi, come creare la trama e mantenere lo suspense, come portare il lettore da un inizio intrigante fino ad una conclusione dove i nodi si sciolgono e la fine sembra emergere con naturalezza da quello che l’ha preceduto.

E tutto questo senza nessuna garanzia che il ‘miracolo’ succederà.
Tutti noi che scriviamo crediamo nel ‘miracolo’ della pubblicazione. Crediamo che prima o poi qualcuno riconoscerà il valore di quello che ci sentiamo spinti a fare. Quante volte ci siamo chiesti se valesse la pena o no. Nonostante le lettere di rifiuto, gli editori che ti respingono con un gentile ‘mi dispiace ma...’ o un silenzio ancora più devastante tanto più i tempi si allungano. Ma il vero scrittore fa una cosa ogni giorno della sua vita: si mette giù a scrivere. E così fa Giambattista Scarfone.

I Michael Gregorio, firma che unisce
Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob,
autori noir di fama internazionale
Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare Giambattista, Carmelo, Francesco e tanti altri a Maiano. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con loro di racconti e romanzi, i nostri, i loro, e i lavori di molti altri scrittori. Li abbiamo consigliati, gli abbiamo dato i ‘compiti’ che poi abbiamo letto con attenzione, suggerendo come ampliare o intensificare quello che avevano da raccontare. 

Abbiamo anche portato Giovanna Zucconi a Maiano con noi un giorno, e Scarfone ha avuto l’opportunità di parlare con lei. Quando RAI 24 ha voluto seguirci per un giorno intero, mandando in seguito in onda un documentario, abbiamo portato i giornalisti e i cameraman dentro le mura di Maiano. 

Abbiamo anche premiato Scarfone al festival di Trevi Noir come miglior scrittore non pubblicato. Cioè, abbiamo fatto quel poco che potevamo fare.
Quello che racconta Giambattista e gli altri ragazzi merita attenzione. Richiede lavoro, impegno. Richiede anche ‘esperienza di vita’, e questa l’hanno in abbondanza. L’altra grande cosa che ha lo scrittore incarcerato è tempo a disposizione. Sembra uno scherzo, ma non lo è. Scrivere un libro richiede tempo per pensare, leggere e imparare. Tempo per scrivere, correggere e riscrivere. Molti dei detenuti partecipano a corsi accademici cercando un modo per impiegare il loro tempo. Tanti ormai si laureano. Riempiono le lacune lasciate dalla scuola, e poi affrontano studi che forse non avrebbero mai preso in considerazione. Si dice che la recidività criminale ammonta a quasi 60%, mentre la percentuale che tornano in galera si abbassa a sotto il 4% fra quelli che riescono ad ottenere una laurea.
Questo è certamente un bene. Ma se invece di studiare, uno volesse scrivere un romanzo? Non è ugualmente impegnativo, ugualmente riabilitativo? Non si impara di sé e degli altri? E poi, ad opera compiuta, invece di un solo di foglio di carta, si hanno in mano cento, mille pagine dattiloscritte.

L'ultimo libro firmato
MICHAEL GREGORIO
Noi crediamo che attività del genere dovrebbero essere premiate. Uno scrittore che si afferma pubblicando non ricade nelle vecchie abitudini che lo hanno portato a passare una parte della sua vita dietro le sbarre. Per aiutarlo, c’è bisogno di comprensione e dedizione. Le università entrano ormai da anni dentro i centri di reclusione. Ma quanti scrittore italiani hanno ottenuto il permesso di lavorare liberamente su tematiche qualsiasi con dei detenuti? Quanti editori hanno potuto spiegare ad un gruppo di scrittori-prigionieri i segreti di un mestiere riservatissimo che vorrebbero imparare? E poi, quante case editrici hanno mai varcato i cancelli delle prigioni italiane spiegando quello che cercano, quello che vogliono, quello che pubblicano?
Giambattista Scarfone sta facendo il suo lavoro: scrive.
Noi facciamo quello che possiamo: consigli e scambi di opinioni.
Quello che manca è l’impegno, da parte delle autorità, di aprire le porte all’esterno e portare dentro persone che possano aggiungere le loro conoscenze professionali del mondo dei libri. Senza editori che leggono i lavori di scrittori come Scarfone, e case editrici che la pubblicano, si rischia la perdita di un punto di vista del tutto originale.
Il caso dello scrittore statunitense Edward (Ed) Bunker è illuminante.
Bunker è entrato nel mondo della criminalità fin da ragazzo ed è entrato e uscito varie volte di galera, accusato di aver commesso crimini come la rapina a mano armata. In prigione ha imparato a scrivere ed è diventato uno dei maggiori autori americani di gialli e noir. Non è mai rientrato in prigione. Questo è un fatto. Scrittori come Giambattista Scarfone possono diventare gli Ed Bunker italiani, ma hanno bisogno del ‘miracolo.’ Cioè, un editore che creda in lui affinché le sue storie possano far appello ad un pubblico di lettori che vuole entrare nel mondo della sua fantasia.
Speriamo che il miracolo avvenga.
Gambattista lo merita.  
Mike





sabato 21 novembre 2015

LA REGALÍA DI EPOCA MODERNA

Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2015

Il Sud ha fame. E durante le carestie si ruba. Nella Locride, che con l’istituzione della Città Metropolitana diverrà provincia della provincia, si depreda tutto: i bergamotti, l’uva di interi vigneti, gli animali.
Eppure la fame non è una giustificazione. Anche perché alcuni “saccheggi” ricordano quelli dei Goti.
Ed è in quest’ambiente che, per qualche tempo, vivono molti giovani disoccupati, prima di andare via e rinnovare l’esodo dei nostri conterranei.
Il resto è un eterno ritorno di discorsi, analisi, discussioni a cui assistiamo da decenni. Basta leggere un articolo di qualche anno fa sui depuratori, le infrastrutture, le strade dissestate, la disoccupazione, il turismo e ci accorgeremo che non cambia mai nulla. Semmai si peggiora (vedi condizione dell’Ospedale di Locri).

L'ATTESA, opera realizzata dal pittore Fàbon

Ed è persino faticoso tornare sugli stessi temi. Per il mare inquinato, ad esempio, ho deciso che nel 2016 riproporrò il pezzo che ho scritto quest’anno. Sarà sicuramente attuale.
Pure Saverio Strati, che non riusciva più a pubblicare i suoi libri perché ritenuti “superati”, è modernissimo. Le angosce di chi doveva partire ieri ed aveva “due cuori” (uno che diceva “vai!” e l’altro “che vai a fare?”) sono le stesse angosce di oggi.

E poi c’è la regalía di epoca moderna. Ovvero la consuetudine di svolgere un’attività gratuitamente per un “signorotto locale” sperando che questi in futuro si ricordi del lavoro fatto o, semplicemente, per non inimicarselo rifiutando di “essere a disposizione”.
Succede a tanti. La differenza con il passato è quella che non si va più nei campi a zappare, come i personaggi di Strati, ma il significato è lo stesso.
L’autore di Sant’Agata del Bianco scrisse il racconto La  regalía nel 1953 e lo dedicò “Alla memoria di Elio Vittorini”. Protagonisti: un padre con una gamba rotta, impossibilitato a muoversi e a lavorare, ed un figlio che mal sopportava di avere “la camicia lorda di terra e di sudore”, senza paga, per ingraziarsi il potente “cavaliere” di turno.

Per le sue idee, il padre considerava il giovane uno sprovveduto, un sognatore che non aveva percezione di come andava il mondo: “Tu parli col cuore di chi non ha responsabilità. Se non vai, che puoi fare più in paese? Che, forse puoi andare a chiedergli olive? E, se lui non ti dà le olive, con che ti condisci le mani? E un pugno di grano dove lo semini? Che, forse hai un pezzo di terra da zappare? Non vedi che noi non abbiamo neppure dove scavarci la fossa? Ragioni con la testa o con i piedi?”. Ma il figlio ribatteva: “Sentitevi onorato di andare a fare il servo (..) E’ la più grossa fesseria, questa della regalía. Noi dobbiamo regalare, noi che siamo poveri? E lui cosa ci regala?”.

Insomma, da sempre, dove non c’è lavoro non può esserci libertà. Ma non solo. Ad aggravare il quadro dello sfruttamento, oggi, ci sono i salari minimi, che non si possono contestare perché “se non ti vanno bene 400 euro al mese c’è la fila di gente che aspetta di occupare il tuo posto”. O questo o niente, bentornato Marx!
Tuttavia, sempre in Strati, è evidente che : “Se la gente non va a raccogliergli le olive, lui (il padrone) non manda sua moglie a stare a culo a ponte sotto gli olivi; né va lui a dare tre palmi con la zappa, nei campi e nelle vigne. Lui è, perché lo facciamo noi essere”.

Ecco, i potenti, gli sfruttatori, i mafiosi “sono” perché li facciamo noi essere. E con il sudore dei poveri saranno sempre loro i protagonisti della storia. Quella storia che non ricorderà mai i nomi dei nostri nonni e dei nostri padri, le loro fatiche.
E non rammenterà nemmeno le nostre “prove abortite di esistenza”. Poiché siamo figli di una gracile mitologia contadina, di un fatalismo che ci esorta ad accontentarci di poco. Quasi che avessimo ancora addosso gli “spiriti della distruzione” ed i travestimenti delle antiche tragedie greche.








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lunedì 2 novembre 2015

L'alluvione in Calabria e le "polpette repellenti" dei politici


Sono passati 64 anni dall’alluvione del 1951 che, solo nella provincia di Reggio Calabria, causò morte, devastazione e macerie per 30 miliardi di lire. Dopodiché, non sono mancate altre piogge rovinose, come quelle del 1953 e degli anni ’70, che hanno caratterizzato la storia della nostra terra fino ai problemi di questi giorni. Periodicamente, quindi, abbiamo parlato di interruzioni stradali, paesi abbandonati, crolli, straripamenti e frane. 

Corrado Alvaro, che scriveva con il linguaggio dell’esattezza, evidenziava: “ Non si ha idea di cosa sia un’alluvione in Calabria. Non è la tragedia delle potenti dighe che crollano, del mare che irrompe; fatti che muovono alla solidarietà e al soccorso popoli e nazioni. No. E’ qualcosa di tragicamente povero come povero è il paese…”.
Come per dire che, malgrado stia per arrivare il Ministro Delrio, quando succede qualcosa dalle nostre parti è quasi inevitabile sentirsi un po’ trascurati.

Eppure, negli anni, abbiamo fatto tutti poco per evitare possibili distruzioni, a dispetto della consapevolezza dell’imprevedibilità di alcuni fenomeni naturali. I cittadini preferiscono restare chiusi nel loro antico fatalismo (“se una cosa deve succedere, succede!”), nella poca considerazione verso ciò che li circonda. 
Invece, quelli che sono i politici della regione più disastrata d’Europa dal punto di vista idrogeologico, paradossalmente, peccano proprio di scarsa programmazione e incapacità di spesa. Molti comuni, per di più, hanno perso i finanziamenti per il consolidamento e il monitoraggio del territorio e si accontentano di pulire le strade ad agosto, una volta l’anno, come se si trattasse di un evento straordinario.

Per non parlare di Provincia e Regione, divulgatori di quelle parole che Aristofane chiamava “polpette repellenti”.
Espressioni che non convincerebbero un asino ma servono per sedurre gli uomini, per mantenerli immobili e muti.
Basti pensare che in Calabria il 100% dei paesi è a rischio frane e alluvioni. Praticamente se i giapponesi avessero la nostra forma mentis sarebbero quasi tutti morti. Per fortuna conoscono l’ambiente in cui vivono e costruiscono cercando di ridurre al minimo i rischi. 

Noi, invece, con le nostre acrobatiche convinzioni, siamo ancora impegnati a segnalare (quando lo facciamo!) le cunette delle strade otturate, i letti dei fiumi e dei torrenti ridotti abusivamente (con le abitazioni ai loro fianchi), il disboscamento illecito ecc…

Comunichiamo, ad esempio, da 5 anni che la strada che collega Bianco ai paesi di Sant’Agata, Caraffa e Casignana sta per franare sotto le ruote dei pullman carichi di studenti e dalla Provincia riceviamo o un silenzio colpevole (perché se ci saranno vittime saranno loro i responsabili) o le sopracitate “polpette repellenti”. Oggi la stessa strada è stata appena chiusa (ma è solo colpa del maltempo?). Alla prova dei fatti dovremmo rincorrere certi governanti fino in capo al mondo per prenderli a calci nel sedere.

Anche perché in una nazione normale non è difficile rendersi conto che si paga molto di meno per risolvere le cause del dissesto idrogeologico anziché sostenere i costi, dopo i danni, dei mancati interventi sul territorio.

In ogni modo, in questi giorni, chi ha subito dei danneggiamenti si è trasformato in un solitario raccoglitore di fango, al di là delle nostre domande e delle nostre risposte. In seguito, tutti quanti, con lo sguardo incapace di fissare la realtà, torneremo ad abituarci alle nuove rovine e alla terra difforme (per aver “navigato sulle acque”).
Quasi in attesa della prossima catastrofe, quando ci risveglieremo nuovamente avviliti, abbandonati e, per dirla con Alvaro, tragicamente poveri.

DOMENICO STRANIERI


Caraffa del Bianco (RC)

Sant'Agata del Bianco (RC)

La strada che collega Bianco a Casignana, 
Caraffa e Sant'Agata del Bianco

Strada Santuario Madonna delle Grazie
(Caraffa del Bianco)


Sotto, alcuni video-denuncia
che ho girato in questi anni









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