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sabato 21 giugno 2014

La distruzione della grotta di SAN FLORIO (San Gròlio) a CASIGNANA (RC)

Quando i barbari siamo noi!  

Dal mensile IN ASPROMONTE di giugno 2014


Ci sono scenari fermi nel tempo, immagini che ognuno conserva nella mente senza sapere se tuttora esistano oppure no. E’ un fenomeno strano che sottintende la presenza eterna di qualcosa. Ed invece non è così. Poiché, nel momento in cui nulla sembra cambiare, luoghi e memorie si dissolvono o vengono volutamente cancellati. 
E’ il caso della grotta di S.Florio (S. Gròlio nel gergo popolare) a Casignana. Essa si trovava su una collina, dalle pareti ripide, che ancora oggi è denominata con il nome del Santo. Le sue rocce si ergono torreggianti davanti al mare tanto che, da Caraffa del Bianco, si può scorgere una particolare angolazione laddove l’altura si mostra come il rudere di un grande castello di pietra. 
Se invece ci si addentra fra tronchi, spelonche e sassi di ogni misura, quasi adagiate da una mano gigante, non è difficile fantasticare che questo luogo sia stato abitato in epoca primitiva, anche perché le grotte disposte a più piani garantivano un riparo sicuro contro gli animali.
Ma facciamo un passo indietro. Intorno al XI sec. sul versante jonico della provincia di Reggio Calabria oltre ai santi del posto (vedi S. Leo ad Africo) ed al fenomeno del monachesimo italo-greco si registra anche una migrazione di monaci dalla Sicilia. A questo periodo è legata la nascita di vari monasteri (molti distrutti nel corso dei secoli) e le leggendarie vite dei santi anacoreti (eremiti). Tra essi, in un lasso di tempo imprecisato, vi era anche S.Florio che, dall’antica Samo (Precacore), si diresse sulla collina che oggi porta il suo nome. Naturalmente non esistevano ancora i paesi di Casignana, Caraffa e Sant’agata del Bianco. Qui il Santo condusse vita ascetica vivendo in solitudine in un antro da lui stesso ricavato nella roccia. Se la ricordano in tanti quella specie di stanza, tra i castagni, con due aperture (soprattutto quella perfettamente squadrata). Gli anziani di Casignana rammentano persino che lì solevano nascondersi durante la seconda Guerra Mondiale quando, in lontananza, udivano il rumore degli aerei e, dunque, il preannuncio di un possibile bombardamento. 

Di questo luogo fa menzione Giuseppe Dieni (“Dove nacque Pitagora?”, Frama Sud 1976) che, riportando le Memorie di V. Tedesco, sostiene che il Santo passò “i suoi giorni nella penitenza, e nella vita contemplativa dentro una grotta da lui stesso incavata nel sasso, che tuttora esiste, e ben si conserva”. Ma non solo. Anche Domenico Minuto (Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri, Storia e Letteratura 1977), Giovanni Musolino (Santi Eremiti italo greci. Grotte e chiese rupestri in Calabria, Rubettino 2002) e Vito Teti (Il senso dei luoghi: memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli 2004) parlano nei loro testi della grotta di San Florio. Teti, ad esempio, sottolinea che “ nell’attuale territorio del comune di Casignana sono famose le grotte di San Grolio o di San Florio, il cui culto era attestato a Samo, caverne poco profonde scavate in una grande roccia di tufo in prossimità delle quali permangono rovine e una cappella che attestano la permanenza di monaci italo-greci”. 

Ma c’è qualcosa che nessuno ha finora evidenziato, poiché si dà per certo che questo luogo “sacro” esista ancora. E cioè che la grotta di San Florio è stata completamente cancellata dalla faccia della terra, non c’è più. E’ stata distrutta dagli spaccapietre, impunemente. Proprio quella roccia tra centinaia di rocce. E non si capisce bene se tutto ciò sia successo durante i lavori per costruire delle muraglie o le varie case del paese. O forse per l’oscura schizofrenia di qualcuno. Sicuramente ha ragione Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte) quando sostiene che “il paesaggio è il grande malato d’Italia”. Tanto che, in un mix di indifferenza e malcostume, rinneghiamo quotidianamente quella “cultura urbana diffusa che vietava non alla mano, ma al cuore e all’anima di deturpare la bellezza”.

Anzi, la mutazione avviene silenziosa attorno a noi laddove, come dicevo all’inizio, tutto sembra non cambiare. Siamo, difatti, abituati alle devastazioni sensazionali, al saccheggio di predatori esterni che arrivano, senza storia né cultura, e aggrediscono le persone e le loro opere. Ed invece, oggi, non dobbiamo più attendere l’assalto di nessuno perché i barbari siamo noi, con le nostre camicie stirate e le scarpe lucide. Siamo una specie nuova, che ancora i libri non hanno raccontato. Siamo statici spettatori del nostro futuro, ci lamentiamo e non riusciamo a liberarci dalla nostra vecchia rozzezza. Quando non ci vede nessuno normalmente distruggiamo qualcosa. Per di più, amiamo usare espressioni frequenti nei discorsi o negli articoli, come  “eravamo la Magna Grecia” oppure “lo dobbiamo alle nuove generazioni”. Proprio mentre il vuoto si sostituisce ai segni della presenza umana ed un mondo si spegne, inesorabilmente, senza aver dato un senso alle sue cose. 

DOMENICO STRANIERI


Ricostruzione verosimile della grotta distrutta

Le abitazioni di Casignana poste proprio sotto la collina di San Florio

Uno dei muri di Casignana costruiti con le pietre ricavate dalle rocce di San Florio

Francesco Nicita, mio compagno di viaggio alla scoperta di San Florio

Uno dei luoghi più affascinanti della collina di San Florio, quasi una piccola Stonehenge


San Florio, IL VIDEO




domenica 8 giugno 2014

UNA LEGGENDA SANTAGATESE (QUASI) SCONOSCIUTA



Questo non è un vero e proprio articolo. E’ una curiosa leggenda che ho trovato in un libro: Guida alla Calabria misteriosa, di Giulio Palange (Rubbettino 2010).

Il volume si apre con un’epigrafe filosofica, una bella frase di Heidegger che mi piace riportare: “La nostra identità è la lingua di nostra madre”.

Ma torniamo alla leggenda. Essa è ambientata nel periodo degli scontri tra aragonesi e angioini per il predominio del Regno di Napoli. In questo contesto storico, pare che “ S.Agata del Bianco, schierata con la corona di Spagna, venne assediata da consistenti forze nemiche. I santagatini resistettero a lungo gagliardamente, ma quando i viveri cominciarono a scarseggiare, pensarono di arrendersi; però prima d’alzare bandiera bianca, vollero giocare la carta della furbata: per più giorni raccolsero il latte dal seno di puerpere e balie, e , quando ne ebbero raccolto un bel po’, fecero palle di ricotta con le quali bombardarono l’accampamento nemico”.

Gli angioini, sbigottiti per l’inusuale bersagliamento, pensarono che se “gli assediati si prendevano quel lusso”  potevano anche finire le munizioni ma avevano cibo e bestiame per resistere rinchiusi in paese ancora a lungo. Una resa per fame, dunque, “almeno nell’immediato non era ipotizzabile”.  E siccome gli angioini non volevano stare per anni sotto le mura di quel borgo barricato e superare, quindi, “il record dei greci a Troia”, decisero di levare le tende e andarsene. S.Agata era salva!

Ora, io non so se questa leggenda ha un suo principio di veridicità. A leggere la “Memoria dei luoghi antichi e moderni del circondario” di Vincenzo Tedesco (1856) pare che S.Agata sia stata fondata dopo il terremoto del 1349. L’Europa era contaminata dalla peste nera e la sede del Papato (Clemente VI viene eletto proprio nel 1349) era ad Avignone e non a Roma. 

La fondazione di S.Agata, quindi, è successiva al conflitto tra angioini e aragonesi che si risolse con la pace di Caltabellotta (1302) ma posteriore ai nuovi scontri che si conclusero con l’entrata trionfale a Napoli (1443) di Alfonso il Magnanimo che unificava il Regno di Napoli, e quindi anche la Calabria, al Regno di Sicilia (il cosiddetto Regno delle Due Sicilie)

Una cosa però è certa.

Al di là del periodo storico e dell’attendibilità dell’assedio, per farla franca, solo una mente santagatese poteva escogitare un simile stratagemma.



DOMENICO STRANIERI



Sant'Agata del Bianco (RC), 
ANGOLAZIONI PARTICOLARI