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lunedì 2 novembre 2015

L'alluvione in Calabria e le "polpette repellenti" dei politici


Sono passati 64 anni dall’alluvione del 1951 che, solo nella provincia di Reggio Calabria, causò morte, devastazione e macerie per 30 miliardi di lire. Dopodiché, non sono mancate altre piogge rovinose, come quelle del 1953 e degli anni ’70, che hanno caratterizzato la storia della nostra terra fino ai problemi di questi giorni. Periodicamente, quindi, abbiamo parlato di interruzioni stradali, paesi abbandonati, crolli, straripamenti e frane. 

Corrado Alvaro, che scriveva con il linguaggio dell’esattezza, evidenziava: “ Non si ha idea di cosa sia un’alluvione in Calabria. Non è la tragedia delle potenti dighe che crollano, del mare che irrompe; fatti che muovono alla solidarietà e al soccorso popoli e nazioni. No. E’ qualcosa di tragicamente povero come povero è il paese…”.
Come per dire che, malgrado stia per arrivare il Ministro Delrio, quando succede qualcosa dalle nostre parti è quasi inevitabile sentirsi un po’ trascurati.

Eppure, negli anni, abbiamo fatto tutti poco per evitare possibili distruzioni, a dispetto della consapevolezza dell’imprevedibilità di alcuni fenomeni naturali. I cittadini preferiscono restare chiusi nel loro antico fatalismo (“se una cosa deve succedere, succede!”), nella poca considerazione verso ciò che li circonda. 
Invece, quelli che sono i politici della regione più disastrata d’Europa dal punto di vista idrogeologico, paradossalmente, peccano proprio di scarsa programmazione e incapacità di spesa. Molti comuni, per di più, hanno perso i finanziamenti per il consolidamento e il monitoraggio del territorio e si accontentano di pulire le strade ad agosto, una volta l’anno, come se si trattasse di un evento straordinario.

Per non parlare di Provincia e Regione, divulgatori di quelle parole che Aristofane chiamava “polpette repellenti”.
Espressioni che non convincerebbero un asino ma servono per sedurre gli uomini, per mantenerli immobili e muti.
Basti pensare che in Calabria il 100% dei paesi è a rischio frane e alluvioni. Praticamente se i giapponesi avessero la nostra forma mentis sarebbero quasi tutti morti. Per fortuna conoscono l’ambiente in cui vivono e costruiscono cercando di ridurre al minimo i rischi. 

Noi, invece, con le nostre acrobatiche convinzioni, siamo ancora impegnati a segnalare (quando lo facciamo!) le cunette delle strade otturate, i letti dei fiumi e dei torrenti ridotti abusivamente (con le abitazioni ai loro fianchi), il disboscamento illecito ecc…

Comunichiamo, ad esempio, da 5 anni che la strada che collega Bianco ai paesi di Sant’Agata, Caraffa e Casignana sta per franare sotto le ruote dei pullman carichi di studenti e dalla Provincia riceviamo o un silenzio colpevole (perché se ci saranno vittime saranno loro i responsabili) o le sopracitate “polpette repellenti”. Oggi la stessa strada è stata appena chiusa (ma è solo colpa del maltempo?). Alla prova dei fatti dovremmo rincorrere certi governanti fino in capo al mondo per prenderli a calci nel sedere.

Anche perché in una nazione normale non è difficile rendersi conto che si paga molto di meno per risolvere le cause del dissesto idrogeologico anziché sostenere i costi, dopo i danni, dei mancati interventi sul territorio.

In ogni modo, in questi giorni, chi ha subito dei danneggiamenti si è trasformato in un solitario raccoglitore di fango, al di là delle nostre domande e delle nostre risposte. In seguito, tutti quanti, con lo sguardo incapace di fissare la realtà, torneremo ad abituarci alle nuove rovine e alla terra difforme (per aver “navigato sulle acque”).
Quasi in attesa della prossima catastrofe, quando ci risveglieremo nuovamente avviliti, abbandonati e, per dirla con Alvaro, tragicamente poveri.

DOMENICO STRANIERI


Caraffa del Bianco (RC)

Sant'Agata del Bianco (RC)

La strada che collega Bianco a Casignana, 
Caraffa e Sant'Agata del Bianco

Strada Santuario Madonna delle Grazie
(Caraffa del Bianco)


Sotto, alcuni video-denuncia
che ho girato in questi anni









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