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sabato 21 novembre 2015

LA REGALÍA DI EPOCA MODERNA

Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2015


Il Sud ha fame. E durante le carestie si ruba. Nella Locride, che con l’istituzione della Città Metropolitana diverrà provincia della provincia, si depreda tutto: i bergamotti, l’uva di interi vigneti, gli animali.
Eppure la fame non è una giustificazione. Anche perché alcuni “saccheggi” ricordano quelli dei Goti.
Ed è in quest’ambiente che, per qualche tempo, vivono molti giovani disoccupati, prima di andare via e rinnovare l’esodo dei nostri conterranei.




Il resto è un eterno ritorno di discorsi, analisi, discussioni a cui assistiamo da decenni. Basta leggere un articolo di qualche anno fa sui depuratori, le infrastrutture, le strade dissestate, la disoccupazione, il turismo e ci accorgeremo che non cambia mai nulla. Semmai si peggiora (vedi condizione dell’Ospedale di Locri).

Ed è persino faticoso tornare sugli stessi temi. Per il mare inquinato, ad esempio, ho deciso che nel 2016 riproporrò il pezzo che ho scritto quest’anno. Sarà sicuramente attuale.
Pure Saverio Strati, che non riusciva più a pubblicare i suoi libri perché ritenuti “superati”, è modernissimo. Le angosce di chi doveva partire ieri ed aveva “due cuori” (uno che diceva “vai!” e l’altro “che vai a fare?”) sono le stesse angosce di oggi.

E poi c’è la regalía di epoca moderna. Ovvero la consuetudine di svolgere un’attività gratuitamente per un “signorotto locale” sperando che questi in futuro si ricordi del lavoro fatto o, semplicemente, per non inimicarselo rifiutando di “essere a disposizione”.
Succede a tanti. La differenza con il passato è quella che non si va più nei campi a zappare, come i personaggi di Strati, ma il significato è lo stesso.
L’autore di Sant’Agata del Bianco scrisse il racconto La  regalía nel 1953 e lo dedicò “Alla memoria di Elio Vittorini”. Protagonisti: un padre con una gamba rotta, impossibilitato a muoversi e a lavorare, ed un figlio che mal sopportava di avere “la camicia lorda di terra e di sudore”, senza paga, per ingraziarsi il potente “cavaliere” di turno.

Per le sue idee, il padre considerava il giovane uno sprovveduto, un sognatore che non aveva percezione di come andava il mondo: “Tu parli col cuore di chi non ha responsabilità. Se non vai, che puoi fare più in paese? Che, forse puoi andare a chiedergli olive? E, se lui non ti dà le olive, con che ti condisci le mani? E un pugno di grano dove lo semini? Che, forse hai un pezzo di terra da zappare? Non vedi che noi non abbiamo neppure dove scavarci la fossa? Ragioni con la testa o con i piedi?”. Ma il figlio ribatteva: “Sentitevi onorato di andare a fare il servo (..) E’ la più grossa fesseria, questa della regalía. Noi dobbiamo regalare, noi che siamo poveri? E lui cosa ci regala?”.

Insomma, da sempre, dove non c’è lavoro non può esserci libertà. Ma non solo. Ad aggravare il quadro dello sfruttamento, oggi, ci sono i salari minimi, che non si possono contestare perché “se non ti vanno bene 400 euro al mese c’è la fila di gente che aspetta di occupare il tuo posto”. O questo o niente, bentornato Marx!
Tuttavia, sempre in Strati, è evidente che : “Se la gente non va a raccogliergli le olive, lui (il padrone) non manda sua moglie a stare a culo a ponte sotto gli olivi; né va lui a dare tre palmi con la zappa, nei campi e nelle vigne. Lui è, perché lo facciamo noi essere”.

Ecco, i potenti, gli sfruttatori, i mafiosi “sono” perché li facciamo noi essere. E con il sudore dei poveri saranno sempre loro i protagonisti della storia. Quella storia che non ricorderà mai i nomi dei nostri nonni e dei nostri padri, le loro fatiche.
E non rammenterà nemmeno le nostre “prove abortite di esistenza”. Poiché siamo figli di una gracile mitologia contadina, di un fatalismo che ci esorta ad accontentarci di poco. Quasi che avessimo ancora addosso gli “spiriti della distruzione” ed i travestimenti delle antiche tragedie greche.








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lunedì 2 novembre 2015

L'alluvione in Calabria e le "polpette repellenti" dei politici


Sono passati 64 anni dall’alluvione del 1951 che, solo nella provincia di Reggio Calabria, causò morte, devastazione e macerie per 30 miliardi di lire. Dopodiché, non sono mancate altre piogge rovinose, come quelle del 1953 e degli anni ’70, che hanno caratterizzato la storia della nostra terra fino ai problemi di questi giorni. Periodicamente, quindi, abbiamo parlato di interruzioni stradali, paesi abbandonati, crolli, straripamenti e frane. 

Corrado Alvaro, che scriveva con il linguaggio dell’esattezza, evidenziava: “ Non si ha idea di cosa sia un’alluvione in Calabria. Non è la tragedia delle potenti dighe che crollano, del mare che irrompe; fatti che muovono alla solidarietà e al soccorso popoli e nazioni. No. E’ qualcosa di tragicamente povero come povero è il paese…”.
Come per dire che, malgrado stia per arrivare il Ministro Delrio, quando succede qualcosa dalle nostre parti è quasi inevitabile sentirsi un po’ trascurati.

Eppure, negli anni, abbiamo fatto tutti poco per evitare possibili distruzioni, a dispetto della consapevolezza dell’imprevedibilità di alcuni fenomeni naturali. I cittadini preferiscono restare chiusi nel loro antico fatalismo (“se una cosa deve succedere, succede!”), nella poca considerazione verso ciò che li circonda. 
Invece, quelli che sono i politici della regione più disastrata d’Europa dal punto di vista idrogeologico, paradossalmente, peccano proprio di scarsa programmazione e incapacità di spesa. Molti comuni, per di più, hanno perso i finanziamenti per il consolidamento e il monitoraggio del territorio e si accontentano di pulire le strade ad agosto, una volta l’anno, come se si trattasse di un evento straordinario.

Per non parlare di Provincia e Regione, divulgatori di quelle parole che Aristofane chiamava “polpette repellenti”.
Espressioni che non convincerebbero un asino ma servono per sedurre gli uomini, per mantenerli immobili e muti.
Basti pensare che in Calabria il 100% dei paesi è a rischio frane e alluvioni. Praticamente se i giapponesi avessero la nostra forma mentis sarebbero quasi tutti morti. Per fortuna conoscono l’ambiente in cui vivono e costruiscono cercando di ridurre al minimo i rischi. 

Noi, invece, con le nostre acrobatiche convinzioni, siamo ancora impegnati a segnalare (quando lo facciamo!) le cunette delle strade otturate, i letti dei fiumi e dei torrenti ridotti abusivamente (con le abitazioni ai loro fianchi), il disboscamento illecito ecc…

Comunichiamo, ad esempio, da 5 anni che la strada che collega Bianco ai paesi di Sant’Agata, Caraffa e Casignana sta per franare sotto le ruote dei pullman carichi di studenti e dalla Provincia riceviamo o un silenzio colpevole (perché se ci saranno vittime saranno loro i responsabili) o le sopracitate “polpette repellenti”. Oggi la stessa strada è stata appena chiusa (ma è solo colpa del maltempo?). Alla prova dei fatti dovremmo rincorrere certi governanti fino in capo al mondo per prenderli a calci nel sedere.

Anche perché in una nazione normale non è difficile rendersi conto che si paga molto di meno per risolvere le cause del dissesto idrogeologico anziché sostenere i costi, dopo i danni, dei mancati interventi sul territorio.

In ogni modo, in questi giorni, chi ha subito dei danneggiamenti si è trasformato in un solitario raccoglitore di fango, al di là delle nostre domande e delle nostre risposte. In seguito, tutti quanti, con lo sguardo incapace di fissare la realtà, torneremo ad abituarci alle nuove rovine e alla terra difforme (per aver “navigato sulle acque”).
Quasi in attesa della prossima catastrofe, quando ci risveglieremo nuovamente avviliti, abbandonati e, per dirla con Alvaro, tragicamente poveri.

DOMENICO STRANIERI


Caraffa del Bianco (RC)

Sant'Agata del Bianco (RC)

La strada che collega Bianco a Casignana, 
Caraffa e Sant'Agata del Bianco

Strada Santuario Madonna delle Grazie
(Caraffa del Bianco)


Sotto, alcuni video-denuncia
che ho girato in questi anni









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