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giovedì 31 dicembre 2015

"Caro Domenico...". LA LETTERA DI MICHAEL G. JACOB



Dopo la nostra intervista a Giambattista Scarfone, scrittore detenuto nel carcere di Spoleto, a cui abbiamo dedicato anche la copertina di ottobre 2015, è nato uno scambio epistolare tra Domenico Stranieri (autore dell’intervista) e Michael G. Jacob (che con Daniela Gregorio scrive romanzi noir di fama internazionale). Di seguito, l’ultima lettera arrivata in Calabria, poiché è una bella testimonianza di cultura e sensibilità.


Caro Domenico,
Grazie per la tua lettera. Ci devi scusare, ma stavamo in Inghilterra e l’abbiamo letta solo ieri. Nel frattempo ci è arrivata anche la copia del giornale In Aspromonte mandato da Giambattista.
Adesso, ti raccontiamo un po’ di cose che abbiamo imparato come due scrittori che hanno avuto il privilegio (vero) di entrare in un carcere di massima sicurezza.

Avevamo sentito da due fonti diverse di Giambattista Scarfone prima di incontrarlo.
La prima, Giovanna Zucconi, allora giornalista di La Stampa, venuta ad intervistarci nel 2008. Giovanna ci parlava di una persona nel carcere di massima sicurezza di Maiano di Spoleto che l’aveva contattata chiedendole consigli riguardo ai suoi romanzi inediti. Siccome noi abitiamo a Spoleto, la sua ‘ruga’ e la nostra ‘ruga’ stavano molto vicine.
Poi, poco tempo dopo, ci ha telefonato un insegnante che lavora al carcere, Luciana , dicendo che alcuni dei suoi allievi avevano letto i nostri romanzi, e ci ha invitato a Maiano per parlarne con loro. ‘Sarà un’esperienza,’ diceva Luciana, e non aveva torto. Così ci siamo trovati di fronte ad un gruppo di dieci o dodici persone nella biblioteca della prigione.

G.Scarfone con Michael G. Jacob
nella biblioteca del carcere di Spoleto
Fra loro c’era Giambattista Scarfone.
Siamo stati calorosamente ricevuti, e l’incontro è stato un vero piacere per noi, e, speriamo, per loro. 
In effetti, è stato solo il primo di una serie di incontri con i ‘ragazzi’ di Maiano. La loro curiosità cominciava con i nostri libri, ma non finiva lì. Abbiamo scoperto che molti di loro scrivevano. Alcuni per motivi di studio, ma altri vi si erano applicati con delle ambizioni ben oltre il semplice desiderio di tenere un diario o raccontare storie delle loro esistenza. Alcuni avevano pubblicato libri di fiabe e racconti insieme ai loro insegnanti. Giambattista Scarfone era uno di loro ma aveva una marcia in più. Aveva già scritto otto o nove romanzi.

Chi non ha mai provato non può capire il lavoro che richiede la scrittura di un romanzo di tre, quattro, o cinquecento pagine. Richiede un’immaginazione, certo, una capacità di creare un mondo popolato di personaggi dove succedono cose non banali, ma anche la costanza e il lavoro di molti mesi, o anche anni, davanti ad uno schermo, o una pagina bianca. Immaginate poi a scrivere 24,000 pagine come ha fatto Giambattista, otto romanzi lunghi, a coprire tutti quei fogli bianchi con oltre due milioni quattrocentomila parole! È un impresa immensa. Eppure, ogni scrittore che ha avuto la fortuna di essere finalmente pubblicato ha dovuto fare un apprendistato simile. Ha lavorato da solo per anni e anni, imparando i ‘trucchi del mestiere’, cioè come costruire una storia, come riempirla con personaggi che sembrano veri, come scrivere i dialoghi, come creare la trama e mantenere lo suspense, come portare il lettore da un inizio intrigante fino ad una conclusione dove i nodi si sciolgono e la fine sembra emergere con naturalezza da quello che l’ha preceduto.

E tutto questo senza nessuna garanzia che il ‘miracolo’ succederà.
Tutti noi che scriviamo crediamo nel ‘miracolo’ della pubblicazione. Crediamo che prima o poi qualcuno riconoscerà il valore di quello che ci sentiamo spinti a fare. Quante volte ci siamo chiesti se valesse la pena o no. Nonostante le lettere di rifiuto, gli editori che ti respingono con un gentile ‘mi dispiace ma...’ o un silenzio ancora più devastante tanto più i tempi si allungano. Ma il vero scrittore fa una cosa ogni giorno della sua vita: si mette giù a scrivere. E così fa Giambattista Scarfone.

I Michael Gregorio, firma che unisce
Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob,
autori noir di fama internazionale
Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare Giambattista, Carmelo, Francesco e tanti altri a Maiano. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con loro di racconti e romanzi, i nostri, i loro, e i lavori di molti altri scrittori. Li abbiamo consigliati, gli abbiamo dato i ‘compiti’ che poi abbiamo letto con attenzione, suggerendo come ampliare o intensificare quello che avevano da raccontare. 

Abbiamo anche portato Giovanna Zucconi a Maiano con noi un giorno, e Scarfone ha avuto l’opportunità di parlare con lei. Quando RAI 24 ha voluto seguirci per un giorno intero, mandando in seguito in onda un documentario, abbiamo portato i giornalisti e i cameraman dentro le mura di Maiano. 

Abbiamo anche premiato Scarfone al festival di Trevi Noir come miglior scrittore non pubblicato. Cioè, abbiamo fatto quel poco che potevamo fare.
Quello che racconta Giambattista e gli altri ragazzi merita attenzione. Richiede lavoro, impegno. Richiede anche ‘esperienza di vita’, e questa l’hanno in abbondanza. L’altra grande cosa che ha lo scrittore incarcerato è tempo a disposizione. Sembra uno scherzo, ma non lo è. Scrivere un libro richiede tempo per pensare, leggere e imparare. Tempo per scrivere, correggere e riscrivere. Molti dei detenuti partecipano a corsi accademici cercando un modo per impiegare il loro tempo. Tanti ormai si laureano. Riempiono le lacune lasciate dalla scuola, e poi affrontano studi che forse non avrebbero mai preso in considerazione. Si dice che la recidività criminale ammonta a quasi 60%, mentre la percentuale che tornano in galera si abbassa a sotto il 4% fra quelli che riescono ad ottenere una laurea.
Questo è certamente un bene. Ma se invece di studiare, uno volesse scrivere un romanzo? Non è ugualmente impegnativo, ugualmente riabilitativo? Non si impara di sé e degli altri? E poi, ad opera compiuta, invece di un solo di foglio di carta, si hanno in mano cento, mille pagine dattiloscritte.

L'ultimo libro firmato
MICHAEL GREGORIO
Noi crediamo che attività del genere dovrebbero essere premiate. Uno scrittore che si afferma pubblicando non ricade nelle vecchie abitudini che lo hanno portato a passare una parte della sua vita dietro le sbarre. Per aiutarlo, c’è bisogno di comprensione e dedizione. Le università entrano ormai da anni dentro i centri di reclusione. Ma quanti scrittore italiani hanno ottenuto il permesso di lavorare liberamente su tematiche qualsiasi con dei detenuti? Quanti editori hanno potuto spiegare ad un gruppo di scrittori-prigionieri i segreti di un mestiere riservatissimo che vorrebbero imparare? E poi, quante case editrici hanno mai varcato i cancelli delle prigioni italiane spiegando quello che cercano, quello che vogliono, quello che pubblicano?
Giambattista Scarfone sta facendo il suo lavoro: scrive.
Noi facciamo quello che possiamo: consigli e scambi di opinioni.
Quello che manca è l’impegno, da parte delle autorità, di aprire le porte all’esterno e portare dentro persone che possano aggiungere le loro conoscenze professionali del mondo dei libri. Senza editori che leggono i lavori di scrittori come Scarfone, e case editrici che la pubblicano, si rischia la perdita di un punto di vista del tutto originale.
Il caso dello scrittore statunitense Edward (Ed) Bunker è illuminante.
Bunker è entrato nel mondo della criminalità fin da ragazzo ed è entrato e uscito varie volte di galera, accusato di aver commesso crimini come la rapina a mano armata. In prigione ha imparato a scrivere ed è diventato uno dei maggiori autori americani di gialli e noir. Non è mai rientrato in prigione. Questo è un fatto. Scrittori come Giambattista Scarfone possono diventare gli Ed Bunker italiani, ma hanno bisogno del ‘miracolo.’ Cioè, un editore che creda in lui affinché le sue storie possano far appello ad un pubblico di lettori che vuole entrare nel mondo della sua fantasia.
Speriamo che il miracolo avvenga.
Gambattista lo merita.  
Mike