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venerdì 2 agosto 2013

I PREDATORI DELLA CITTA' PERDUTA

I MISTERI DELLA VILLA ROMANA DI CASIGNANA (RC)

Dal primo numero del mensile IN ASPROMONTE (agosto 2013)


Quasi quotidianamente ci sono visitatori alla Villa Romana di Palazzi Casignana, che sorge sul mar Jonio calabrese, davanti la parte orientale del mediterraneo. Non considerando i turisti dell’Urbe, nel periodo romano proprio il mondo ellenico-orientale era la meta preferita dei viaggiatori. E come sbarazzini escursionisti di oggi, anche i giovani romani “in gita” lasciavano le loro scritte nelle vicinanze dei monumenti. Alberto Angela, ad esempio, nel suo libro “Impero” (Mondadori, 2010) ci racconta che la tomba di Ramesse VI ha 1759 graffiti tra firme, date, battute e frasi (tra le quali un modernissimo “ma la mamma lo sa che sei qui?”). Insomma erano grafomani questi romani. 

Eppure nella Villa di Casignana non è stata rinvenuta nemmeno una scritta e non si conosce, pertanto, il nome di nessun proprietario. Sono rimasti dei mosaici raffinati ed affascinanti sia nella zona termale che in quella residenziale, resti di colonne, delle impronte di bambini e di animali in qualche mattone lasciato ad essiccare al sole ma nessuna scritta. Sono tanti, dunque, gli interrogativi ed i misteri di questo sito, che raggiunse il suo massimo splendore tra il III ed il IV secolo d.C..


Da sempre la località dove sorge l’area archeologica è denominata Palazzi. Certamente un nome legato alla presenza grandiosa delle costruzioni greco-romane di quest’area, tra le quali la Villa. Secondo l’archeologo Emilio Barillaro  << a un personale “Casinius”, o a una gentilizia “gens Casinia” o “Casiniana” fa capo la voce toponomastica “Casiniana” (villa o fattoria di un Casinius), e quindi l’odierna Casignana. “La Casiniana”: ecco, dunque, il nome battesimale del complesso di palazzi casignanesi e dell’annessa azienda agraria dei tempi romani>>. Ma aldilà delle ipotesi toponomastiche, non è difficile capire che quasi tutti gli splendidi monumenti della Villa, nel tempo, sono stati depredati.

Particolare del mosaico LE NEREIDI
In un articolo apparso sulla Gazzetta del Sud nel 2008, ad esempio, Giuseppe Italiano sostiene che tutto converge a far pensare che il luogo del ritrovamento della “sfinge egiziana, che si trova oggi ad Anacapri (isola di Capri), tana per ben 56 anni di Axel Munthe (1857-1949), straordinario medico svedese nonché scrittore e filantropo”,  sia la Villa Romana di Casignana

Nel suo libro La Storia di San Michele, difatti, parlando del suo viaggio in Calabria (1908), Munthe, come ci ricorda Italiano, scrive: «conoscevo anche il suo meraviglioso interno, un tempo la Magna Grecia dell’età d’oro dell’arte e della cultura ellenica, ora la più desolata provincia d’Italia, abbandonata dall’uomo alla malaria e al terremoto …. Chi diresse il battello verso questa nascosta e solitaria insenatura? Chi mi condusse alle ignote rovine di una villa romana? Non fatemi domande. Interrogate la grande sfinge di granito, che sta accovacciata sul parapetto della cappella di San Michele. Ma domanderete invano. La sfinge ha mantenuto il suo segreto per cinquemila anni. La sfinge manterrà il mio».

Ma ancor prima, esattamente nel 1987, alcuni giornalisti tra cui Antonio Delfino su La Gazzetta del Sud, Aldo Varano su l’Unità e Giuseppe Zaccaria su la Stampa mettevano in guardia le autorità calabresi contro “i predatori del cavallo alato”. 


Cosa era successo? Scrive Antonio Delfino il 10 aprile 1987: << Il 4 settembre 1974 Giovanni Carlino (20 anni) andò nel tratto di mare di Contrada Palazzi di Casignana con un amico a praticare la pesca subacquea; dopo la prima immersione uscì sconvolto dicendo all’amico: “ho visto interi palazzi sommersi e delle cose meravigliose”>>. Giovanni Carlino rivela, precisamente, di aver riconosciuto un cavallo alato insabbiato nel fondale marino e, nonostante accusasse un leggero malore, si immerse di nuovo. Colpito da embolia e trasportato prima a Locri e poi a Taranto muore 5 giorni dopo.

Nel 1987 la Procura di Reggio Calabria, ed in particolare il sostituto procuratore Fulvio Rizzo, tornarono ad interessarsi del tratto di mare che va dai resti di epoca imperiale di Casignana alla foce della fiumara Bonamico. “Qualcuno ha fatto sapere che lì, alla foce del torrente, da tempo c’era chi saccheggiava un patrimonio enorme” scrive Giuseppe Zaccaria su La Stampa del 2 aprile del 1987.
BACCO EBBRO

Già Paolo Orsi, l’archeologo che scoprì Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico. 

Ma come aveva pronosticato Aldo Varano su l’Unità dell’1 aprile 1987 la sovrintendenza lavora solo per qualche settimana, senza coordinate precise e fin quando durano i finanziamenti a disposizione, “tutto il resto è in mano agli abusivi, compresi quelli stranieri”. 
Un ordine della Procura di Reggio, difatti, dopo poco tempo bloccò il lavoro dei sommozzatori, anche se furono individuati tratti di muri che proseguivano in mare continuando il percorso di quelli della Villa. Il Sostituto Procuratore Rizzo dichiarò di essere certo che nella zona ci fossero inestimabili tesori archeologici e si dimostrò sicuro anche dell’esistenza di complesse strutture sommerse. Non per niente, da un maggiore inglese della Raf (subito dopo la seconda guerra mondiale) ai numerosi studiosi tedeschi sono state diverse le immersioni e gli scavi nella zona di Casignana (basti pensare che ci sono almeno 2 necropoli). 

Scrive sempre Delfino: “Negli ultimi anni pescherecci siciliani hanno rastrellato la zona mentre un vasto commercio d’anfore si svolgeva liberamente senza l’intervento di alcuno. Una preziosa statuetta bronzea, anni fa, fu venduta per poche migliaia di lire”.
Dopo questa parentesi, e grazie al serio lavoro dell’Amministrazione Comunale di Casignana, col tempo l’attenzione si spostò sul recupero dei mosaici (il nucleo più vasto ed importante di epoca romana in Calabria) mentre le piene invernali del Bonamico e gli sconvolgimenti tettonici mutavano l’aspetto del fondo marino. 

Forse è vero, come scrisse in una prefazione del suo libro Axel Munthe nel 1931, che “oggi nessuna sfinge di granito si accovaccia sotto le rovine di una villa di Nerone in Calabria”, eppure nulla hanno potuto i predatori, nel tempo, contro la suprema legge della storia: per quanto si è potuta saccheggiare la Villa è rimasta ugualmente maestosa. I Romani, difatti,  costruivano per l’eternità.


DOMENICO STRANIERI








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