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giovedì 18 settembre 2014

Le logge di CAPO BRUZZANO (RC)

Sant'Agata, Caraffa del Bianco e la realtà ancestrale di Capo Bruzzano (Zefirio)


Capo Bruzzano visto dalle logge
Un mio amico mi ha sconsigliato di pubblicare un pezzo riguardante le logge di Capo Bruzzano, ovvero quelle costruzioni di legno e felci realizzate sulla spiaggia, d’estate. Il problema, sempre secondo il mio amico, consiste nell’impossibilità di rievocare attraverso la scrittura profumi, rumori ed emozioni di chi ha vissuto l’esperienza di “accamparsi al mare” negli anni ’60. Sicuramente ha ragione. Eviterò, quindi, di inseguire le parole giuste per riattivare l’olfatto e l’udito e proverò a concepire, con esse, unicamente delle scene.

Cerchiamo, per prima cosa, di immaginare come si spostavano uomini, donne e bambini su quella rientranza della costa difesa a ponente da un promontorio (“u Capu”), dove soffia la brezza dello Zèfiro che, come diceva Petrarca, “torna, e ’l bel tempo rimena”.
Da luglio ad agosto, alcune famiglie di Sant’Agata e buona parte di quelle di Caraffa del Bianco si trasferivano a fianco della scogliera di Capo Bruzzano (un tempo Capo Zefirio) nella zona in cui, secondo Strabone, sbarcarono i Locresi (VII sec. a.C) e vi abitarono per tre o quattro anni accampandosi vicino a una fonte chiamata “Locria”.
Probabilmente in maniera non dissimile dagli antichi greci, santagatesi e caraffesi congegnavano delle dimore, le logge, messe in piedi con quattro pilasti di legno (le forche) e rifinite con pareti e tetti di canne e felci.
Tali strutture, che da lontano si presentavano come un allineamento di carrozzoni fermi, avevano due porte: una rivolta verso il mare ed una retrostante, verso i rilievi di terra bianca. Più lunghe delle porte erano le “pezzare” appese ad esse, le cui estremità, di notte, venivano riempite di sabbia per mantenere chiuso l’ingresso contro possibili raffiche di vento. L’insidia tangibile, chiaramente, era il pericolo degli incendi (rimane ancora vivo nei ricordi quello del 1967).

Tuttavia, si stava sempre dinanzi alla riva, in un’essenzialità ancestrale senza tempo, con i “vicini di ruga” che venivano sostituiti dai  “vicini di loggia” (chiunque, difatti, ogni anno preservava il suo posto). Era come rifugiarsi dal grande mondo, che dalla collina si abbracciava facilmente con lo sguardo, nel piccolo mondo di un’insenatura marina, fatto di rocce, sabbia rovente ed un continuo contatto con l’acqua salata. Alla fine, inevitabilmente, giochi, acrobazie, corse, volti e sorrisi diventavano parte del paesaggio, di un nuovo habitat capace di soddisfare le necessità dell’epoca.

Ci si avvaleva della battigia, ad esempio, come luogo refrigerante (soprattutto per mantenere piacevolmente fresche le angurie) o si saliva su un’altura per dissetarsi presso una sorgente naturale (la “Locria” dei greci?).
Famiglia di Caraffa del Bianco.
I due bambini sono Enzo e Saverino Bartolo
Qualcuno, addirittura, portava con sé, in spiaggia,  gli animali (galline, maiali, pecore e asini) senza, però, abbandonare in nessun momento le campagne. Da Capo Bruzzano, infatti, prima della comparsa del sole, gli uomini si recavano nei propri terreni come pazienti viandanti.
Per fare la spesa, invece, si camminava fino ad Africo Nuovo che, giusto nei primi anni ’60, stava prendendo forma sul litorale (dopo la terribile alluvione del 1951 che produsse conseguenze devastanti per il Comune situato in montagna).
Ma per quale ragione ci si allontanava per due mesi dai centri abitati? Innanzitutto perché soltanto due o tre famiglie, in paese, possedevano un’automobile. Oltre a ciò, la permanenza al mare era raccomandata dai medici per prevenire o curare vari malanni. L’acqua dello Jonio, in effetti, era limpidissima. Se ne servivano i pastori, per fare la ricotta, e veniva adoperata persino come purificante naturale per naso e gola.  
Inutile precisare che non esistevano i servizi igienici. Ognuno si riparava o sotto un ponte (le donne sempre con una “sentinella” al seguito) o dietro una pianta erbacea. Pochissimi disponevano di una latrina ricavata nella sabbia e circoscritta dentro una capanna.

Un’altra caratteristica del posto erano (e sono) delle rocce scavate dai flutti e dal tempo, delle vere e proprie piscine, i “cardarelli”, dove i più piccoli amavano fare il bagno. Diversamente, i ragazzi maturi erano sempre in competizione per stabilire chi aveva eseguito il tuffo più spettacolare da una rupe denominata “Salto della vecchia” (alta una quindicina di metri). Nei paraggi, inoltre, si intravedevano scogli particolari nei quali non era difficile riconoscere fattezze di astronavi, cammelli o dinosauri. Un po’ come si vagheggia con i lineamenti delle nuvole.

Appena sopraggiungeva l’ombra della sera si degustavano formaggi, olive, salami, peperoni alla brace e quanto di buono offriva la nostra tradizione gastronomia. E non mancava il pesce che, solitamente, i contadini barattavano con l’olio d’oliva.
Subito dopo, per svagarsi o discutere, ci si raggruppava di fronte al mare, scuro come una realtà inconoscibile. E attorno agli anziani, che somigliavano a vecchi cantori, si ritrovavano in tanti pronti a cogliere, nelle loro storie, degli insegnamenti di vita.
Solo a fine agosto si scorgevano le prime persone che iniziavano a disfare la loggia per rincasare in collina. Così, i bambini si appropriavano dello spazio vuoto, e delle fronde rimaste, per costruire la loro piccola fortezza. Si sentivano grandi e indipendenti quando si svegliavano conquistati dalla luce dell’alba che, improvvisa, filtrava tra i rami delle felci. E forse, per loro, nessuno schermo in HD varrà mai la bellezza di quella luce.

Malgrado ciò, qualche giovane aveva fretta di rientrare in paese. I mitici Don Ciccillo e Don Carlo Rossi, di Sant’Agata, avevano organizzato una sala giochi con delle novità straordinarie: biliardo e calcio balilla.  E agli inizi degli anni ’70 arrivarono anche i flipper.
Pertanto, passare dai giochi semplici della spiaggia al lampeggiare dei flipper era, per molti, quasi come viaggiare nello spazio.

Eppure, alla fine, è sempre la suggestione poetica che vince. Di quel periodo, infatti, ciascuno descrive la medesima sensazione, tenendo gli occhi socchiusi, in modo magico. Ovvero quella di assopirsi restando tutta la notte con il sonno legato al ritmo delle onde. Ma questo, come dice il mio amico, è impossibile descriverlo con le parole.

DOMENICO STRANIERI




Famiglia di Caraffa davanti alla propria loggia (Anni '60).
Al centro Angela Condemi con la mamma Rosina e la zia Ida.







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