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giovedì 25 dicembre 2014

CHI ERA "L'UOMO IN FONDO AL POZZO"?

La figura di Giuseppe Minnici, una mente fragile e grandiosa


<<Rocco mi chiudeva, abilmente, sempre la bocca. Mi troncava da maestro la parola; mi soggiogava. A giorni lo detestavo proprio. Spesso mi rifiutavo di uscire in sua compagnia, per non sentirmi apostrofare e quindi sopraffare dalla sua boria e anche dalla sua, diciamolo onestamente, intelligenza e cultura e strabiliante memoria. Ripeteva intieri brani da Lucrezio e da Eschilo, in greco e in latino, che leggeva speditamente e con provocazione mi diceva: “Traduci, su!”.
A ogni passo, a mo’ di conclusione, come i contadini usavano i proverbi, ti buttava una terzina di Dante, un’ottava dell’Ariosto, un proverbio della Bibbia, una parabola del Vangelo, una proposizione dei presocratici che riteneva i massimi geni filosofici di tutti i tempi>>.

Giuseppe Minnici
Nel romanzo l’ Uomo in fondo al pozzo (Mondadori, 1989) di Saverio Strati, è questo uno dei primi ricordi della voce narrante (lo stesso Strati) appena incontra, dopo quarant’anni, l’amico Rocco.
Ma è davvero esistito un personaggio così particolare, ingegnoso e brillante ma sopraffatto dalla malattia mentale?
Nell’opera di Strati egli era il giovane più  “Risplendente” (così lo chiamavano) del paese ma con il trascorrere del tempo viene considerato un pazzo (ma non un “pazzo vero e proprio”). Non per niente, nella narrazione, durante la prima conversazione con l’amico, Rocco dirà:” Ora voi siete in vetta, mentre io son calato in fondo al pozzo. Sapete immaginare cos’è un pozzo senza cunicoli, senza alcuno sbocco, senza luce se non quella che arriva da su? ”. Ed ancora: “il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce. E nel mio pozzo la luce non manca”.
A Sant’Agata del Bianco, dove non è difficile accostare ad ogni personaggio di Strati una figura reale del paese, sono sicuri: L’uomo in fondo al pozzo è Giuseppe Minnici!
Nato a Sant’Agata il 4 aprile 1927, Giuseppe Minnici era un poeta, un erudito dalla memoria fenomenale, un liceale di sicuro avvenire. Tutti gli studenti in difficoltà gli chiedevano aiuto ed egli impartiva le sue lezioni gratuitamente, rendendo comprensibile ogni materia come solo un professore maturo riesce a fare.
Ad un certo punto però, come scriverà anche il suo amico Giuseppe Melina, “ la sua mente è stata turbata dalla schizofrenia. Una condanna insospettata.”
La via dove abitava Giuseppe Minnici,
nel centro storico di Sant'Agata
Si speculerà finanche che i suoi problemi sorsero dopo una storia d’amore complicata, una rotta imprecisa che lo ha portato a smarrirsi. Ma queste sono solo dicerie. 

Come nel romanzo di Strati, anch’egli era una specie di visionario. All’inizio degli anni ottanta, così predisse ai nipoti la sua morte: “a settant’anni andrò nell’ingrata fossa”. E morì il 27 dicembre 1997, proprio a settant’anni. Non sappiamo se i suoi scritti siano andati perduti o se qualcuno li custodisce. Ci  rimane ancora il titolo di un suo racconto (“I Sommersi”) e qualche verso: “Ti vedo cittadina, oh donna dai piedi scalzi! Il tuo abbandono aumenta l’inerzia mia”.

Di sicuro molti lo hanno dimenticato. Eppure non è difficile immaginarlo, con la sua mente grandiosa per ingegno e fragilità, con quel talento che lo rendeva il migliore di tutti ma che non ha resistito al dolore del mondo. Ci sono storie che vanno così. Succede quando, con la forza dell’intelletto, si raggiungono certi abissi a cui è impossibile resistere.
Alda Merini conosceva bene questo tipo di sofferenza, l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio, per questo quando penso a Giuseppe Minnici mi piace rileggere una frase del “Canto ferito”, visto che anch’egli, come tanti, era “uno di quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”.

DOMENICO STRANIERI



Sant'Agata del Bianco (RC)




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